Arte orafa, una storia antica - La Baia dei Gioielli
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Arte orafa, una storia antica

Arte orafa, una storia antica

Per riportare alla luce vestigia del passato occorre scavare, ricostruire i frammenti trovati, individuarne l’epoca di produzione, la civiltà cui appartengono, stabilirne la datazione e via via con complicate e sofisticate operazioni.
Al contrario, ricerche “archeologiche” su un laboratorio orafo dei passato potrebbero essere condotte senza alcun affanno, poiché si scoprirebbe con sorpresa che molti strumenti usati dall’orafo artigiano di oggi sono ancora tali e quali quelli in uso, ad esempio, in una bottega del Rinascimento. E c’è una ragione. L’artigiano di oggi, così come quello di ieri, non si propone di pianificare costi e tempi di produzione, ma solo di esprimere in un oggetto la sua creatività e la sua esperienza manuale.
Non è necessario per l’artigiano razionalizzare la produzione attraverso nuovi strumenti – cosa invece indispensabile per i prodotti industriali – perché questo lo priverebbe dell’intervento estemporaneo e creativo.
Col passare dei tempo, l’artigiano ha perfezionato o inventato nuovi strumenti per produrre in serie alcune parti dei prodotto o per contenerne i costi abbreviandone alcune fasi, ma per ogni opera è tuttora considerato indispensabile almeno una elaborazione finale “a mano” con i più tradizionali strumenti di lavoro.
Strumenti che spesso l’artigiano si è costruito da solo, che ha modificato e adattato alle sue specifiche esigenze, plasmati per obbedire ai suoi gesti, al suo “mestiere”.
Strumenti che col passare del tempo divengono parte stessa dell’artigiano. Negli strumenti più usati dall’orafo (i ferri, come si dice in gergo) sono spesso evidenti parti consumate dall’uso e che rivelano particolari abitudini di lavoro: impugnature in legno – ad esempio – con incavi lasciati dalla mano che li ha usati fino a scavare le sue impronte. E tanto più l’impronta sarà netta tanto più quel “ferro” sarà insostituibile perché l’adattamento è ormai fisiologico e tra lo strumento e la mano si è stabilita una specie di simbiosi.
I vecchi strumenti recano i segni di costanti, amorose opere di restauro per prolungarne la vita oltre ogni limite e l’operaio orafo, se cambia laboratorio, se li porta con sé come insostituibile attrezzatura personale.
Per dimostrare analogie e affinità tra gli strumenti di oggi e quelli di qualche secolo fa possiamo analizzare la famosa stampa di Etienne Delaune conservata al British Museum di Londra, che riproduce fedelmente un laboratorio di oreficeria dei 1576.
L’osservazione inizia dall’ambiente che costituisce il laboratorio, che ha una volta molto alta per consentire all’interno un volume d’aria costante malgrado la presenza delle fiamme per saldare o dei camino per la fusione. Il banco è sistemato in modo da prendere il massimo di luce da una grande e luminosa finestra evitando così che l’artigiano proietti sul banco la sua stessa ombra. Il banco, molto solido, è collocato su un pavimento di legno, ottimo per recuperare frammenti e polvere d’oro.
Alle pareti, lungo tutto l’ambiente, sono appesi i più importanti strumenti. La finestra, aperta in alto come sfiatatoio ma ben chiusa in basso per evitare visite di malintenzionati reca appesa una bilancia di tipo basculante (basaculla, in valenzano arcaico) adatta a pesare quelle che Cellini chiamava “grosserie” cioè i lavori di una certa dimensione quali, ad esempio, calici e candelabri in argento. Si nota anche una grande catena con medaglione, oggetti che – come rivelano molti dipinti dell’epoca – sono spesso indossati dai signori dei Rinascimento. Bilancia e grande catena con ogni probabilità facevano “vetrina”, e cioè da richiamo per i passanti perché potessero immediatamente individuare il tipo di lavorazione ivi eseguita. L’entrata dei laboratorio era probabilmente sita dalla parte di chi osserva l’incisione e dava direttamente sulla strada.
E veniamo al banco degli orafi.

A sinistra si nota il tradizionale seggiolino, detto in valenzano taburat (un curioso francesismo) che differisce dagli attuali solo per avere tre gambe invece che quattro. Sporge dal banco una specie di parallelepipedo schiacciato in punta: nessun orafo potrebbe confondersi, è lo stocco (stock in gergo valenzano). Su questo è molto probabilmente poggiata cera vergine utile per il seghetto. Differisce nella forma solo per aver una specie di canaietto, adatto per trattenere semilavorati, appena prima di congiungersi al banco. Questo semplice elementare ed indispensabile strumento, è un pò il simbolo dei lavoro dell’orafo. Questi lo abbandona solo quando dall’uso è ridotto ad un moncherino; ma non lo butta, perché anche in questo residuo si trova imprigionata una piccola quantità d’oro che potrà essere recuperata con le ceneri.
Lo stocco serve da piano di appoggio per il lavoro da eseguire e costituisce una specie di “frizione” per i colpi di lima che mordendo prima sul legno che sul metallo divengono più morbidi e misurati. Ragione questa per cui lo stocco dell’orafo presenta morbide superfici convesse, specie in punta, a differenza di quello dell’incassatore. Lo stocco di quest’ultimo reca infatti al centro il foro ove infilare il “fuso” con il gioiello da incassare e si caratterizza anche per avere su un fianco cavità più o meno pronunciate, dovute alla abitudine di provare con un colpetto se il bulino è sufficientemente tagliente, prima di fargli mordere il metallo.
Particolare della stampa di Etienne Delaune, conservata al British Museum di Londra. Ci permette di vedere i laboratori dell’epoca. Un laboratorio moderno, notare le molte similitudini. I vecchi stocchi, a furia di colpetti, si presentano con vere e proprie voragini. Dal banco pende un panno, fissato alle due estremità. Questo è l’antesignano della tola, il cassetto foderato di latta ove si raccoglie la limatura che proviene dalla lavorazione e i vari frammenti di oro. Il panno, ben fissato al banco, veniva indossato a mò di grembiule a formare una conca sotto lo stocco, ottima per raccogliere un pò tutto.
A lato dei panno, legato alla cordicella, ecco il tradizionale piutì, che nessun orafo di Valenza ignora, anche se da una decina di anni è stato superato dal più prosaico spazzolino di setola nera. Si tratta dello zampino di lepre, che serve per pulire il banco e raccogliere la limatura. I suoi peli corti, fitti e resistenti, non lasciano indietro alcun frammento. Sul banco sono appoggiati alcuni bulini ed una cesoia; di fronte all’artigiano di destra si nota un bilancino a mano, tale e quale quelli ancora in uso malgrado l’avvento della bilancia elettrica. Questi sta incidendo un pendente con un bulino, ed è curioso per gli strani occhiali che gli ha affibbiato l’autore della incisione. La stessa cosa sta facendo l’artigiano di fronte, mentre un terzo sta incastonando una gemma su un gioiello fissato su un fuso, a sua volta poggiato sullo stocco.
E’ sorprendente osservare come il martelletto, che deve essere di un certo peso e una certa forma, sia rimasto pure esso invariato nel tempo. Alle spalle dell’artigiano, un apprendista – il garsunì adibito ai lavori meno impegnativi.
Sta tirando un filo nella trafila o “trafilera”. Niente di nuovo sotto il sole, ce l’abbiamo pure noi, solo che modernismo vuole che si usi la più prosaica manovella anziché quella strana ruota. A fianco e sopra il garsunì (altro francesismo dei nostro dialetto) appeso al muro, deformate prospetticamente perché si possa ben distinguere il tipo di ” morso”, ecco alcune lime, due piatte e due mezze tonde, adatte per le diverse lavorazioni. Notiamo inoltre una lastra a più fori per tirare il filo (filera), due morsetti, tali e quali a quelli ancora in uso, vari tenaglioli e alcuni fusi a pece. In alto, recipienti vari per contenere gli acidi e i residui liquidi, polveri di recupero. Si notano inoltre due mortai e due filtri.
Ma siamo davvero in un laboratorio del 1570, oppure il Sig. Stefanus che firma l’incisione (Stefanus fecit in Augusta 1576) è un orafo dei centro storico di Valenza? Alla sinistra della grande finestra notiamo ancora due grandi fusi a pece per lo sbalzo, due trapani a mano, eguali a quello poggiato sul banco orafo ed eguali perfettamente a loro volta a quelli ancora in uso a Valenza fino a pochi anni fa, prima dell’avvento dei trapanino elettrico. Ma alcuni vecchi incassatori non disdegnano ancora oggi, per certi lavori, il trapano a mano, più sensibile alla pressione della mano e con il quale si può commisurare la rotazione della fresa con la massima precisione, senza calcolare inoltre che… funziona sempre, anche senza corrente elettrica! Ancora notiamo bulini, morsetti e due tenaglie, e a destra la serie delle cesoie per tagliare la lastra, di diverse grandezze. Il garzone, che occupa il posto vuoto dei banco, è in piedi e sta fondendo, reggendo sul fuoco il crogiolo.
Ai suoi piedi si nota il buffetto, bufat in valenzano, che serve per attizzare il fuoco insufflando aria. Nell’angolo fissato su un ceppo, c’è una piccola incudine, come oggi, naturalmente. Certo, adesso in fabbrica ci sono le macchine elettriche, c’è la pressofusione, che è peraltro un procedimento già noto fin da prima dei Rinascimento – è sicuramente già in uso presso la popolazione Maya – evoluzione della fusione a cerca persa, tecnologia che si perde nella notte dei tempi. Le frese sono di acciai speciali, come pure i bulini.
Ma prima che venisse portato il gas nei laboratori, si saldava l’oro con la lurnéra un fornellino ad alcool, la cui fiamma veniva diretta con un cannello a soffio sulla parte da saldare, proprio come quattromila anni or sono presso gli antichi egizi. Inoltre, prima della illuminazione elettrica la lampada al banco era costituita da una sfera piena di acqua (il globo) che proiettava la luce della lampada a petrolio sullo stocco. E gli orafi antichi conoscevano sicuramente la tecnica della fusione con l’osso di seppia, come usavano i nostri orafi di appena una trentina d’anni fa e come risulta dall’inventarlo degli strumenti di un laboratorio del 400 fiorentino, quello di Bartolomeo Di Piero conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze. Indubbiamente il gas prima, la luce elettrica poi, hanno rivoluzionato i tempi di produzione, e cosi dicasi per la tecnica della pressofusione. Tutto ciò ha consentito a Valenza, come altrove, la diffusione e lo sviluppo dell’artigianato orafo rendendolo, se vogliamo, un pò meno “specialistico” e per iniziati, oltre che – confessiamolo – un pò più comodo.
Ma gas e luce elettrica si sono semplicemente sostituiti a ciò che già esisteva, non hanno aggiunto nulla perché l’artigianato si evolve, ma nella sostanza resta immutato nel tempo.

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